venerdì 10 dicembre 2010

Precipitando sino a risalire qualcosa.

Io non so se avete mai sentito il rumore di una goccia che cade. No, non il rumore della goccia che arriva nell'acqua, né il rumore della goccia che batte sul vetro o sulla carrozzeria. Io mi riferisco esattamente al rumore della caduta, che toglie il respiro fino a farmi soffocare dell'attesa di un impatto. Stavo leggendo un parere sul 2051 c.c. poco fa, quando ho deciso che il mal di testa si era fatto un po' troppo invadente, e troppo tardi si era fatto per un sano sorso di novalgina. E allora ho ripercorso la mia vita, dall'ottobre circa del 2005 ad oggi, grossomodo la vita dell'iBook che ho fedele sotto le dita. Sto ancora precipitando, ma sento che un grosso, stupendo cerchio sta per chiudersi. Avevo dimenticato migliaia di frammenti, schegge di mail, di mms, di post, parvenze di pensieri. E adesso mi sento a un soffio dal vetro, dalla carrozzeria, e sento la necessità di ripercorrere questa vita meravigliosa prima che il cerchio si chiuda e che lo schianto mi inghiotta. Sono tornato indietro al primo post, a quando sentivo il bisogno di dirvi grazie, ed è un bisogno ancora attuale e vivo, nonostante i tempi non siano più quelli di una volta, nonostante per parlare al dott. Azzarà sia necessario tentare una telefonata e sperare che uno dei telefonini sia libero. Quante meteore nella mia vita, e sotto quel cielo sempre più salde le maniglie della mia realtà, tra un po' di focaccia e un cinema sempre più raro. Nonostante tutto, è tutto così bello grazie a molti di voi. E in fondo, cosa è veramente cambiato? A parte i tempi ristretti, a parte la familiarità con uno stress disumano che ci chiude l'anima in un cassetto per giorni, a parte il panico di un cambiamento, a parte tutto, cosa è veramente cambiato di noi? C'è qualcosa che ci ha allontanati davvero? Non ne sono mai stato molto sicuro, ed oggi lo sono ancora meno. Per una volta mi permetto di non temere il futuro, ma di apprezzare al contrario quanto è passato velocemente sulla mia schiena, sotto queste dita. E domani, domani chissà, ma cosa importa, perché se sono arrivato ad oggi, comprendo che oggi non è altro che il domani di ieri, e ce l'ho fatta.
Comincio a temere, o forse a sperare, che il vetro sia ancora lontano, e che questo precipitare possa avere una fine lontana... Grazie amici miei, grazie vita.

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mercoledì 1 dicembre 2010

Caro blog ti (ri)scrivo...

...così mi rifletto un po'. In questa sera di dicembre giallino, con la sabbia del deserto e i venti gradi; con l'umidità che i feltrini delle sedie appiccicano, con le mani che vanno lavate una volta in più. In questa sera così. Così strana. In questa sera a un passo dagli esami che sembravano così lontani, in questa sera da aspiranti professionisti che iniziano comprando più di una risma di carta alla volta e si ritrovano, d'un tratto, titolari di un numerino lungo lungo che non sai cos'è e forse neanche a cosa serva, ma lo vuoi, lo volevi e ora ce l'hai. In questa sera che la mia fidanzatina mi manda un messaggio per dirmi che sta per mangiare, in una cucina lontana e che, come gli esami, a breve mi troverò nella stanza accanto senza accorgermene, in un modo così dolcemente indolore.
Miseria vacca, le lucine alle finestre sono già qui, anche qui dove non c'è la neve, e dove la neve è solo di cotone, o sintetica spray. E il cuore ad intermittenza si scalda di lucina, e ora accende gli affetti, ora i desideri, le aspirazioni. Si accende e mi avvicina, mi mostra un po' tutto; si spegne e tutto scompare avvolto da una nebbia che spaventa perché non ha odore.
È una mano sulla spalla questo stato d'animo. E come ogni mano sulla spalla si compone di due momenti: del momento della spalla e del momento della mano. Perché la spalla può essere distratta o concentrata, desiderosa della carezza o insensibile ad ogni evento; perché la mano può essere quella della fidanzatina, di un padre, di un collega anziano, ma anche del cliente a cui qualche giorno fa hai regalato vent'anni di galera, ed ora è lì in attesa che la sentenza diventi definitiva, ma nel frattempo ha il dolce desiderio di lasciarti spegnere in una pozza di sangue.
Bisogna avere coraggio ad addormentarsi in questa vita; bisogna avere fegato a chiudere gli occhi senza aver messo a posto l'ultimo compitino. E allora, forse, sono tanto coraggioso, e allora, forse, lo sono da sempre.
Da molte settimane amo il punto e virgola. C'é uno psicanalista che me la spiega, questa?

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martedì 28 settembre 2010

Al ristorante con tremilalire.

Io e il mal di testa abbiamo stretto amicizia. Anzi, per come mi sta attaccato, è proprio come se fossimo fidanzati. Sono giorni difficili, il periodo è difficile, addormentarmi è difficile, è difficile svegliarmi. E nel mio amato mal di testa ritrovo il freno a mano della mia esistenza, appena tirato, giusto un filo, e i dischi cominciano a puzzare.
Io non so se la vita è un programma, non so se è in mano a un regista. E anche se lo fosse, il regista non credo potrei essere io. Mi pare invece che siano gli attori a mutare le battute che ho in mente, pare siano gli attori a manipolare la scena, a spostarmi da un angolo all'altro del palco.
Se è vero che abbiamo libertà di scelta, mi sono reso conto di non essere in grado di scegliere. Se invece è qualcun altro a scegliere per me, beh, spero solo abbia fatto bene i conti. Mi pare infatti che questo qualcun altro abbia deciso di andare a mangiare pesce fresco in un ristorante di lusso con tremilalire in tasca. Problemi suoi. Ma, se dovesse lavare piatti in eterno a causa mia, problemi anche miei a quanto pare. Chi vivrà vedrà.

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domenica 16 maggio 2010

Microcredito = Megacefalo.

Quanti soldi ci vogliono per vivere? Oggi mi pare che ci vogliano proprio tutti, tutti quelli che non ho e che credo non avrò ancora per qualche tempo. Eppure l'altro giorno, spinto da una fugace lettura di Wired, ho cliccato Kiva.org e ho potuto apprendere che con una infinitesima parte di quel tutto che non ho e che credo non avrò ancora per qualche tempo, potrei regalare un tutto reale, tangibile e completo ad un uomo come me ma molto più capace di me. Un uomo a cui basterebbero un paio di idioti come me, ma pure meno idioti di me, che decidano di mutuare venticinque inutili dollari in favore di un sogno. Ma non un sogno come i miei, di quelli iperuranici; un sogno a cui bastano quei venticinque inutili dollari per divenire realtà. Realtà vera, che profuma o puzza, di legno o pietra, realtà sulla quale è possibile inciampare, non l'iperuranio.
Ogni volta che mi fermo alla colonnina di carburante io chiedo un pieno di GPL. Un pieno di GPL oggi mi costa la bellezza di ventinove euro. Ogni volta che esco dalla stazione di servizio comincio ad utilizzare quel GPL che in fondo non è che mi porti da qualche parte. Diciamo che ogni volta che esco dalla stazione di servizio comincio a vagare, sperando di riuscire a chiudere qualche lavoretto che mi permetta di pagare di tasca mia il prossimo pieno. E quindi io faccio un pieno, poi esco dalla stazione di sevizio al fine di procacciarmi i ventinove euro che mi possano permettere di rientrare alla stazione di servizio per il prossimo pieno. Diciamo che non mi sento propriamente un genio. E non mi sento un genio soprattutto pensando che da qualche altra parte dello stesso pianeta in cui trascorro la mia esistenza, qualcuno attende un prestito di venticinque dollari per dare impiego a decine di persone, per sfamare i propri bambini tutta la vita, per mettere in piedi uno studio medico e curare migliaia di pazienti o per coltivare ettari di terra.
Ma non è finita! Perché oggi ho proprio il desiderio di sentirmi un vero idiota, ma idiota col pedigree: leggo una testata online a caso e scopro che venerdì scorso la mia stirpe ha bruciato la bellezza di centosessantasei miliardi. Ora, sorvolando sul fatto che i miliardi non è che si bruciano davvero, ma transitano tutti nelle mani dello speculatore di turno, mi viene da pensare che questo bel capitalismo osteggiato a parole un po' da tutti, dai comunisti al Papa, sia una forma di violenza ben più grave di come venga percepita. Questo capitalismo fa più male dell'AIDS o dell'infibulazione, della malaria o della fame. Eppure ce lo teniamo in silenzio tutti, felici e contenti.
E se questo Golia capitalismo potesse essere un giorno sconfitto da Davide microcredito? Certamente saremmo tutti decisamente più ricchi e persino quell'idiota che io sono potrebbe seriamente pensare a un progetto di vita un po' più tangibile. Ma non è questo l'importante. Ciò che veramente conta è che la mattina chiunque, in ogni angolo del mondo, potrebbe alzarsi con il sorriso di un duro lavoro da condurre, sfamare i propri figli e aiutare gli amici.
È morta la solidarietà? Quella costituzionale ma anche quella giusnaturalista? Se così è, ci avviamo anche noi alla stessa fine. E io oggi sono un pizzico felice nella mia idiozia: da giovedì scorso sfoglio spesso Kiva.org, ma non sono ancora riuscito a decidere a chi prestare i miei venticinque dollari.
Ed ho un sogno, avere tanti amici quanti sono i progetti finanziabili. Un prestito a testa e solleveremo il mondo. Ci contiamo?

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domenica 31 agosto 2008

Giovanni Allevi. Taormina, 29 agosto 2008.

Non poteva sapere che tra il chiacchiericcio sordo, quello delle migliaia di persone confuse su spalti antichi, io la stessi ammirando. Non poteva sapere che in fondo quella condizione che esprimeva con gesti delicatamente veloci io un poco la invidiavo. E non osava guardarmi lei, immemore della mia sconosciuta esistenza. Eppure io la ammiravo perso, lontano dal chiacchiericcio sordo che solo sfondo era ormai per me, sfondo piatto, orbo di prospettiva alcuna. E io la ammiravo quella falena, perché non sapeva in fondo che la luna alla quale aspirava altro non fosse che un banale proiettore, come mille altri ce ne saranno sulla terra. A lei non importava, e forse una lampada da qualche watt meglio può scaldare della luna lontana. A lei non importava, le bastava quel volteggio elegantemente frenetico, incurante del fatto che tra migliaia di persone una la stesse ammirando. E poi, poi la luna s'è spenta d'un tratto. E io quella falena l'ho persa di vista per tutta la sera, dimenticata fino a questo momento in cui le note dello stesso pianoforte delicate hanno ricominciato a sfiorare i sensi assopiti di uno che forse alla bellezza ha smesso di dedicare i minuti di un tempo, o che forse alla bellezza ha destinato confini diversi. Poco importa. Non ho capito più nulla, e non sapevo se a incantarmi fosse la bacchetta che trascinava attenti orchestrali come fossero marionette vive o la mano che stringeva la mia o quell'aereo che sorvolava il teatro antico. E da tutto traevo qualcosa, dagli orchestrali, dalla mano, dall'aereo, dalla falena dimenticata, dagli amici e da quelle pietre ammassate a gradoni. E poi è finito tutto sugli spalti, ma qualcosa rimane accesa ancora negli anfratti più rocciosi di quest'anima che una domenica qualsiasi ha ricominciato a scrivere innamorata di Lei e della vita nuova, di Lei e di tutte le vecchiaggini che mi porto dietro le spalle colme di momenti andati e ricordi da rivivere nottetempo. Domani di nuovo la scrivania amorevolmente condivisa, in una settimana che ha cominciato a strapparmi di dosso questa estate facendomi sognare la Suprema Corte e buttandomi tra le braccia di una sorta sbiadita di omicidio colposo. Aspetto ancora domani per ritrovare Lei e la mia scrivania, poter chiedere a un amico se vuole condividere i prossimi gradoni prospicienti il palco, aprire un altro fascicolo e scovarvi dentro gli indizi di un futuro che mi auguro prossimo. E intanto sempre io, diverso ogni giorno ma sempre io, a tornare tra queste righe col sorriso di chi non dimentica mai nulla. Ci risiamo, con settembre sulla soglia e milioni di nuove emozioni appena fuori quella porta che credo di aver trovato il coraggio di varcare.

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martedì 8 luglio 2008

Piccole tranquillità di un agitato.

È cambiata la mia vita, veramente tanto. Lo avrete visto tutti dal diverso ritmo con il quale mi concedo a questa pagina. Gli ultimi post sono stati dedicati al mio rapporto inedito con questa nuova realtà, con la professione che cerco, minuto dopo minuto, di imparare. E potrà sembrare strano, ma tutto questo è divenuto il mio principale intere
sse. Non è svanito nulla del mio passato, non sono scomparse tutte quelle velleità e quei salutari vizi che mi accompagnavano, non sono svaniti gli amici, non è sbiadito l'amore, non si è spento il mio desiderio di apprezzare il cielo notturno, l'altre stelle e gli innumerevoli cosmi personali. È solo che sono qui, dietro questa scrivania o tra le aule per giornate intere, a contemplare umane realtà, a condurmi in corridoi che portano al futuro. Per la prima volta nella mia vita mi sento presuntuoso, mi capacito di capacità che mai prima avrei creduto di possedere, è come se mi sentissi, nel mio intimo, quel qualcosa che mi porterà ad essere un professionista vero domani.
La mattina, ogni mattina, quella cravatta è il nodo più sensibile di un legame nuovo, dal quale mai potrei pensare di liberarmi. E fuggo per restare, nel mio personale paese dei balocchi. Sento che ci siete pure voi.

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sabato 24 maggio 2008

Un mese fa, una vita ancora.


Il sentimento, da una parte, è di grosso imbarazzo. Mi spiace non poter essere qui ogni giorno a scrivere qualcosa di nuovo che non sia mortificato dalla stanchezza delle mie ore, e ancor più mi spiace non poter seguire assiduamente tutti gli spazi degli amici conosciuti da quando apienavoce ha visto la luce. E sarebbe una mancanza di rispetto mettere da parte questo angolo che mi ha traghettato alla luce ben più di due anni fa. E se per anni mi sono rifugiato qui per scampare al terrore di una vita nei confronti della quale non mi sentivo propriamente all'altezza, oggi che le paure sono ridimensionate, e che l'entusiasmo lascia poco spazio a sentimenti preoccupanti, scopro che non sono più in grado di parlare apienavoce ogni giorno, e che è al mio nuovo quotidiano che devo dare la precedenza. E per fortuna nessuno di voi manca al mio quotidiano.
È un momento delicato. Giusto un mese fa la laurea, poi qualche gio
rno di terrore e infine l'inizio della pratica. Nuove conoscenze, nuovissime esperienze e un rapporto nuovo con tante emozioni. Comprendere che dovrebbe esistere una difesa tecnica e allo stesso tempo capire che, di fatto, non può esistere nessuna difesa tecnica se non per molti azzeccagarbugli. Affrontare un nuovo concetto di compassione, tanto pesante dall'essere riuscito a farmi provare pena per spietati criminali. Capire che non esiste verità alcuna da ricercare ma solo fatti da valutare. Capire che ogni uomo è parte di un insieme indissolubile di forze opponenti, che la vittima è la persona più prossima al carnefice, che le guardie amano i ladri più delle rispettive madri. Io non so come si possa essere tanto coglioni dal commuoversi ogni sera di una realtà, di una professione che è più stile di vita che altro, di un'arte che sottopaga i propri discepoli. Mi rimane questo sabato ser
a per ricordare lampi delle esperienze di due settimane, del primo compenso, un vassoio di paste di mandorla, dell'aria che si respira entrando in un Tribunale con un ruolo ben preciso. Ogni giorno mi avvicino a comprendere che la mia vocazione è quella del diritto degli uomini, il penale, che si allontana dalle cose e disprezza le volontà per diventare azzardo o emozione, rischio o avventura, tragedia o coraggio. Voglio vivere così per adesso. E quanto dimentico ogni giorno nel sonno che mi coglie improvviso, quanti anniversari, celebrazioni, commemorazioni mi sfuggono nel caos di questi giorni. Tant'è. Per adesso sono io, ma non sono mio.
E a tutti voi ancora un grazie, per i click a vuoto che avete dispensato in questi giorni, e uno scusate se non sono in grado di scrivere nulla che non sia uno sbiadito riflesso della mia nuova realtà. Tornerò forse un giorno come mi desiderate. Nonostante tutto per voi sono stato, e per voi resto.

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domenica 11 maggio 2008

Ei fu siccome nuovo.

Lo avrete notato, sono poco presente in questi giorni e credo che sarà così ancora a lungo. Ho iniziato una nuova incredibile esperienza. Sono entrato, pur con tutte le riserve che caratterizzano la precarietà del praticante, nel mondo della professione. È stato un impatto formidabile e intenso, e poco tempo è rimasto per le abitudini della vita che conducevo. Riesco a seguire ancora i blog degli amici ma è poco il tempo per commentare. Ho un po' di cartoline in sospeso ma vi prometto che le invierò presto. Per il resto, tutto nuovo. Tocco la mia felicità ogni giorno, sento finalmente di avere delle responsabilità, ho un sorriso idiota stampato sulla faccia da una settimana. Comincio a conoscere le aule di tribunale, con tutte le sciagure che ne impregnano l'aria. Non posso parlarvi dei casi che mi sono affidati, per ovvi motivi, ma posso dire che il mio dominusha ragione quando afferma che in questo mestiere spesso la realtà supera la fantasia. Ho conosciuto le aule-mercato delle udienze civili, ho conosciuto le manette dei detenuti e decine di dignità rapite. Ho provato pena per spietati criminali e disappunto nei confronti di un PM. Non esistono parametri su cui posso fare affidamento. Vivo solo di emozioni continue e inaspettate.
Ho compreso che un disegno è già tracciato sotto i miei piedi, e vi invito a non rinunciare mai. Quel cinque maggio di napoleonica memoria la mia vita è cominciata di nuovo. Non sono più lo stanco e insicuro studente di poche settimane fa. Sono di nuovo morbosamente curioso, sono instancabile, sono di nuovo generoso. Di nuovo con la vita tra le mani, di nuovo tremendamente coraggioso.
I miei post sono più rari, ma di voi non mi dimentico. Accompagnate le mie ore dietro la scrivania, i miei tragitti tra le aule e lo studio. Buona vita anche a voi.

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domenica 27 aprile 2008

Prima di una dedica che tarda a partorirsi.

Non si può tacere oltre ogni limite, non si può tacere oltre questo limite. Con l'animo di chi non ha ancora realizzato cosa effettivamente sia capitato devo esprimermi, a tre giorni dalla fine. Due vite ho vissuto in questi cinque anni: quella dello studente più o meno capace, con le sue ansie e i suoi esami, e quella della persona che ha capito, che ha trovato, che ha deciso di convivere con una meravigliosa realtà fatta di amici e sentimenti veri. La mia prima realtà si è conclusa giovedì scorso, e si è conclusa oltre ogni aspettativa con una discussione tanto regolare da sembrare molto, molto lontana dal mio modo di essere e di sapere. La mia seconda realtà invece mi ricorda sempre più insistentemente che una fine potrebbe non esserci, e che comunque non si trova da questa parte dell'orizzonte. Questa occasione irripetibile ha confermato quello che è sempre stato il mio piccolo teorema: una laurea, come ogni percorso qualunque, non è fatta di sacrifici personali, di ore di impegno, di notti insonni. Una laurea è un sistema di sentimenti, è una comunione di intenti, è gioire dei traguardi altrui e notare la sofferenza altrui dei fallimenti propri. E così a laurearmi non sono stato io ma siamo stati noi. Sono stati quelli che hanno finito prima di me e quelli che siederanno davanti alla cattedra tra poche settimane. Non è il caso che mi impegni a capire in che percentuale io possa definirmi proprietario esclusivo di questo tanto sudato pezzo di carta, ma sono certo che difficilmente riuscirei ad estrarre una doppia cifra da certi improbabili calcoli. Sono sereno e felice adesso, e la laurea non è il principale motivo di questo nuovo stato d'animo. Devo ancora ringraziare, ringraziare ancora e ancora tutte quelle persone che hanno creduto in me e che mi hanno dato la forza di essere di nuovo così nuovamente nuovo. Non farò nomi, vi basti il mio pensiero che spero potrà da voi essere riconosciuto come immenso attestato di affetto. E così da oggi parte la nuova missione, simile alla precedente ma tanto diversa: chiedere grazie ancora una volta, di tutto e per tutto. Fate che io possa esserne capace, e intanto godetevi la vostra nuova laurea. E ricordatemi che ancora devo scrivere quella lunghissima dedica che non ho voluto inserire a perdersi nelle pagine serrate di una tesi...

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venerdì 25 aprile 2008

Non basterebbe un post.

Ma dovrò comunque prepararne uno degno del momento. Intanto sappiate che la mia vita da studente universitario è finita. Una piccola anticipazione l'ha data Gianpaolo in un commento qualche post più giù. Io devo ancora trovare il coraggio di parlare diffusamente. 
Intanto a tutti i miei amici lettori e blogger segnalo che ho preparato per loro una piccola sorpresa. Per riceverla in busta chiusa sentitevi liberi, se vi fidate, di inviarmi via mail (l'indirizzo è sulla barra di destra) un vostro recapito di posta tradizionale!

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lunedì 21 aprile 2008

Mi porto avanti.

Ho avuto paura pure ad annunciarlo. Ma i tempi sono maturi, e giovedì mi troverò alla cattedra a discutere delle pavide ombre di un futuro prossimo. Mi laureo, insomma. Si chiude un altro ciclo, si ripropongono quelle emozioni che hanno contraddistinto i primi post apparsi su questa pagina più di due anni fa. E si ripropongono mutate, come mutato mi ripropongo io. Di questi cinque anni passati nelle aule di sublime polvere che contraddistinguono la facoltà messinese di giurisprudenza mi porto dietro un po' tutto. Mi porto dietro cocenti sconfitte e delusioni, le prime della mia esistenza, mi porto dietro un bagaglio infinito di cultura di ogni genere che vorrei essere in grado di padroneggiare, mi porto dietro cinque anni di vita, mi porto dietro i colleghi che sono diventati amici, anche quelli a cui con le mie innumerevoli incertezze ho dato fastidio, mi porto dietro tanto amore, mi porto dietro le cartacce altrui sotto i banchi dell'aula due, le finestre rotte e il proiettore finto dell'aula uno, gli schienali similpelle che si staccano dalle sedie dell'aula cinque, la vista della madonnina del porto dell'aula quattro e la scuola di atene dell'aula tre, il cesso senza lampadina e il lavandino senza asciugamano, una valanga di professori che non stimo e quattro o cinque che mi hanno insegnato tutto con pochi gesti, con poche espressioni. Mi porto dietro la signorina che per cinque anni ha cercato all'ingresso della cancellata di propinarmi il volantino che prometteva di sostenere con facilità gli esami di procedura, mi porto dietro l'aria che si respira nei corridoi del dipartimento di scienze giurispubblicistiche, le pareti di Foro italiano che tappezzano la sala lettura, l'aria fredda e distante del dipartimento di diritto privato e teoria del diritto, o come si chiama, mi porto dietro quelle poche centinaia di metri che separano la facoltà dall'orto botanico, le migliaia di occhiate lanciate al Tribunale affacciandomi dalle finestre del primo piano, le serate più belle della mia vita, quelle passate con i colleghi a promettersi di non parlare di università e infrangere puntualmente la promessa, tanti esami, tutti quelli necessari e molti di più.
Tanto ancora mi porto dietro, ma ci sarà tempo per raccontare, ci sarà tempo per ringraziare. Eterno debitore, oggi e probabilmente per sempre. Devo troppo a tanti, ma mi organizzo.

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martedì 1 aprile 2008

Scienze giuridiche e conflitti di creatività.

Mi consideravano (poco) genio e (poca) sregolatezza al liceo. Avrei probabilmente avuto vita facile e serena in una qualsiasi facoltà umanistica, e non lo dico per presunzione, lo dico perché lo percepisco. Eppure scegliere Giurisprudenza non fu per me una scelta sofferta. Incosciente forse, ma sofferta mai. Anzi fu una scelta convinta e solida. Mi bastarono poche settimane per comprendere che la scelta effettuata senza grandi indecisioni fosse pure quella giusta, quella che avrebbe incarnato le mie aspirazioni e le mie aspettative. La mia scelta fu vista con grande delusione da molte persone che mi stavano vicine, da tutte quelle che conoscevano la mia personalissima repulsione per la cravatta. E mi videro già morto in quelle poche settimane che rafforzavano le mie convinzioni, mi videro soffocato da quel cappio che avevo sempre respinto e dal quale ora mi lasciavo abbracciare quasi con compiacimento. Su una cosa sola dovetti e devo oggi dare ragione ai miei novelli detrattori: ho quasi dovuto rinnegare la mia (poca) creatività, l'entusiasmo che mi permetteva di farmi interrogare volontariamente in matematica pur non avendo ben presente nulla di ciò che avrei dovuto trattare, perché con le mie (innumerevoli) cazzate anche la matematica si prestava ad essere un'opinione. Pensare liberamente non si può davanti alle cattedre della facoltà, e le (numerose) volte in cui per indole ho avuto la sfortuna di pronunciare una personale convinzione ho dovuto pagare le gravi conseguenze. Persino il metodo doveva e deve conformarsi a una sorta di codice scritto-non scritto, e ho sofferto dei miei ventiquattro come dei miei ventisette. Adesso tutto sta per finire, e il tempo è tutto per la mia tesi, per le mie indagini, per i miei errori. Adesso che comincio a intravedere orizzonti nuovi dietro questa laurea comincio a scrivere il mio nuovo manifesto e a riappropriarmi di me. Quel poco genio, quella poca sregolatezza che mi sono stati affidati e che scivolano latenti tra le pareti della mia anima avranno modo (compostamente) di riaffiorare. Dietro la maschera seria e severa che avrò piacere di indossare, un impercettibile ruscello di sana immaginazione solcherà quell'avvenire che mi auguro possa essere al servizio del diritto.

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mercoledì 19 marzo 2008

Umani silenzi e superficialmente profondissima quiete.

Un interminabile silenzio. Ma di quei silenzi che scorrono lungo binari chiassosi e pieni di vita, frenetici e spossanti. Un interminabilmente rigenerante silenzio, di quelli che non aspirano alla completezza, e che ti lasciano a un passo dalla calma che avresti voluto rinvenire, costringendoti a correre di nuovo, e inseguire passo dopo passo quella tranquillità che si intravede sempre lontana, insensibile agli avvicinamenti della vita, imperturbabile nella sua calma essenziale. Ho tentato di riposare stancandomi di vita, ho raggiunto la calma non attraverso passi lenti in sentieri verdi e silenziosi, ma ad ampie falcate, insostenibili per un cuore non da atleta eppure sostenute. E' stata una settimana che mi ha messo sul percorso il ricercatissimo repertorio degli eventi ammirevoli, dalla vita che nasce alla pagnotta consumata all'ombra dei pini in numerosa e piacevole compagnia, dal timore di ogni scelta alla paura di aver ferito, dalla porta che ti apre amica al Dottore che con diversi minuti di ritardo si affaccia alla finestra con gli occhi del sonno. Attimi, istanti che non passeranno, impressi indelebilmente tra righe cerebrali e tortuose sinapsi. La quiete prima di aggredire l'ultima preda dell'ultimo capitolo di questo tomo della mia vita che si appresta ad essere collocato con amore da bibliotecario novantatreenne. Anche oggi teso all'incompletezza che ormai si identifica nel mio infinito.

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mercoledì 12 marzo 2008

Galeotto fu il libro e chi lo lesse...


Riflettevo all'ombra di questa pretesa cultura giuridica che dovrei avere ormai nelle vene, e riflettevo con il peso di qualche migliaio di pagine sul cuore e altrettanto sotto il culo, a sostenere cotanta massa ragionante. Ho un rapporto splendido con i miei libri, ed è più che altro un rapporto tattile, perché quando non so leggerli quantomeno i libri io li accarezzo, e li amo. Li amo anche quando sono scritti con i piedi, anche quando non raccontano una bella storia e preferiscono snocciolare numeri e rubriche. Bat mi disse una volta che il mio amore per i libri si palesa dal modo in cui li tengo in mano, da come li sfoglio. Ieri mi sono occupato dei miei sudati libri di diritto, li ho tutti buttati giù dallo scaffale e riposti nuovamente con cura secondo un ordine più passionato che ragionato. Qualcosa manca, è andata smarrita a seguito di qualche prestito, o non è stata degna di essere posta dorso a vista, ma poco importa. E' presto per dire cosa sia stato o cosa sarà di queste migliaia di pagine, è presto per vedere fruttare centinaia di concetti che giacciono chissà dove. Io ieri solo una cosa ho realizzato: al tatto un volume Giuffrè è più amabile di un Giappichelli. E dietro questa piccola perla di idiozia preferisco nascondermi e tacere.
Un sentito ringraziamento va a Ale, Chiara, Giorgio e Rita che mi hanno regalato una serata semplicemente splendida.

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martedì 11 marzo 2008

E' (quasi) finita.

Di nuovo qui, reduce da giornate insostenibili sotto molti punti di vista, di nuovo vivo. Da ieri non ho più esami universitari da sostenere. Si chiude la mia rispettabile carriera con un venti strameritato in diritto processuale civile. A tutto questo era dovuta la mia assenza degli ultimi giorni, giorni segnati da un'ansia quasi dolorosa, giorni in cui la mia ulcera autolesionista della mano ha fatto i conti con i morsi più subdolamente aggressivi di sempre, giorni privi di coraggio ma con tanto coraggio da dover dispensare. Una quarantina gli esami di questi anni, affrontati ogni volta con il proposito di studiare come una studente serio la volta successiva, un proposito sempre disatteso, unico vezzo, unico colpo di testa che la mia fama di artista fallito mi ha concesso. Eppure ce l'ho fatta anche io, rocambolescamente, costretto a sacrifici più grandi di me, schiacciato dalle ansie delle notti preesame. Sempre più consapevole, sempre più preparato a questa vita, sempre più ricco di voglia di viverla, questa vita. Mi butto sulla tesi adesso, su quelle teorie sul concorso esterno nel reato associativo che cominciano a darmi ragione. Caspita, sono soddisfatto, ma troppo. Soddisfatto e sempre più consapevole. Poco importa che domani le fatiche saranno altre, i dolori saranno maggiori e le ulcere si riapriranno, saranno sempre fatiche, dolori e ulcere diversi da questi. E con me altri hanno voltato pagina, e altri ancora lo faranno nei prossimi giorni. Non siamo più studenti in erba, timorosi di affrontare diritto privato e consolabili con il noto brocardo privato mezzo avvocato. Siamo diversi, gli stessi ma non più quelli di allora, e abbiamo voglia di domani, lo sento.
P.S. A fumaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa!!!!

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venerdì 29 febbraio 2008

Decisamente solo qualche appunto.

Capita, come capitano le cose. E le cose che ogni tanto mi capitano, capitano sparse, veloci, improvvise e inafferrabili. Così è ora di segnare le cose.
Cosa numero uno: cinque minuti fa credo di essermi profondamente innamorato della musica di Max Gazzè, e così, visto che i soldi certo non abbondano, chiedo se qualcuno di voi saprebbe indicarmi l'album dal quale valga la pena iniziare.
Cosa numero due: avevo promesso che avrei presto scritto di Lui, il valoroso soldato dell'autonomia, ma forse non ho tempo da perdere in questi giorni, e inoltre mi attende una campagna elettorale intensissima. Ce ne sarà il tempo, lascio che le miserie si commentino da sole. Peccato però, avevo preparato un piccolo archivio degli strafalcioni dell'autonomia (quella del cervello dalla bocca).
Cosa numero tre: vorrei avere la palla di vetro, ma rischierei di far male ai passanti nel momento in cui decidessi di gettarla dalla finestra. Perché tanto fingo di non aver paura di cosa possa accadere domani.
Cosa numero quattro: Se si reputa speciale una cosa, una storia o una situazione, il modus reputandi deve diventare speciale anch'esso, altrimenti si rischia di banalizzare la specialità.
Cosa numero cinque: la cosa numero cinque è anche la dedica numero uno, diretta soprattutto a quanti non vivono la mia terra. Taberna Mylaensis, La Sicilia addivintò putenti.
Cosa numero sei: Il mio newsreader riceve in pasto ogni settimana uno o due blog nuovi che ho intenzione di seguire, tutto questo grazie al meraviglioso incedere, soffermarsi e segnalare di quanti frequentano la realtà veramente reale che umilmente, ogni blogger (lo fondiamo un corrispettivo italiano di blogger per cortesia?) contribuisce a edificare.
Cosa numero sette: è la cosa che contiene tutte quelle cose che capitano, e in quanto capitate e non capitanti sono svanite tra un momento e un altro, tra una pagina e un'altra, tra un pensiero e un altro.
Cosa numero otto: ho dedicato il tempo che avrei dovuto consegnare al riposo a questo post. Devo andare...

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martedì 26 febbraio 2008

Quei ricordi di un futuro che non c'è più stato.

Ci vuole tempo, a volte, per digerire giornate piacevolmente complesse, struggenti (eppure avrei scritto struggevoli, ma Devoto-Oli non lo contempla) quanto delicate e silenziose di un fragore quasi inedito. Tutto questo per dire semplicemente che la domenica appena trascorsa ha lasciato un sapore sofisticato ma scomponibile, su questo palato provato da decine di essenze. Domenica, l'ennesima prima volta ha segnato quella che sarebbe stata semplicemente una ennesima meravigliosa giornata di sole. Di quel sole che comincia a segnare il cielo di questa Messina tersa e frizzante. Domenica per la prima volta, illuminato dalla preziosa presenza del Dottore(tm), ho visitato uno di quei luoghi che si usa chiamare mercatini delle pulci o qualcosa del genere. E tra montagne di miserabili inutilità scorgevo perle disseminate senza ordine preciso, casuali come le sorprese di una vita. Tra gli scarti ammuffiti delle librerie, pregiati volumi memori di un paio di secoli di vita da scaffale. Tra inutili e privi di valore sigilli plumbei, medaglie e monete. Ho lasciato quel parcheggio con una cartolina che qualcuno, mezzo secolo fa, avrà dotato di qualche goccia di profumo intriso di amorosi sensi, quattro tessere di partito (P.C.I. '84-'87 per i curiosi), e una tessera F.I.G.C. dei collettivi femministi. Ma non è tanto quello che ho potuto portare in tasca che mi ha segnato, quanto due frammenti di dolore, miseria principe tra le miserie: una targa donata un sanvalentino di qualche anno fa da un Ciccino qualunque a Ciccina per una giornata tanto speciale da meritare questa gogna tormentata, e una tela bianca, graffitata con un pennarello nero da un giovane innamorato che desiderava un marmocchietto uguale uguale alla sua dolce metà. Oggetti per feticisti o corpo di una vendetta crudele?
Poi la metà dolce e gustosa della giornata, il pranzo perfetto, il viaggio di poche parole e tanti pensieri, la stanchezza di una giornata importante.
E ieri si è replicato sul piccante di nduja, e domani l'ultima laurea. I giorni passano, il problema è che diventano mesi, e poi anni...

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sabato 23 febbraio 2008

E così mi disse.

Signor Briguglio, mi parli della discordanza tra morale e politica riguardo alla pace perpetua. E io occhei, ho raccolto tutte le energie rimaste a soffocare tra un neurone e l'altro e ho cominciato a parlare, e ho detto pure cose sensate per i primi quarantacinque secondi. Ma lei no, voleva parare altrove, voleva fare presto. Fu così che mi interruppe. E fu così che cominciai, quella mattina di febbraio, a sparare cazzate. Ma non cazzatelle così, superficiali e campate in aria. Cazzate ben confezionate e curate, da sembrare inevitabilmente e inequivocabilmente cazzate. Puntando un po' sui residui di intelligenza che ancora gratto dal fondo del barile, e soprattutto sulla compassione, sentimento che ancora oggi è ospitato dai cuori dei giusti, porto a termine la mia missione passando attraverso una specie di domanda che ancora non ho capito e, infine, approdando a Hobbes e la Jurisprudence. Peccato che, essendo mediamente preparato sulla Jurisprudence, mi sia ovviamente soffermato solo su Hobbes, fantasticando dell'omominilupus e di altre cose che non credevo neanche di sapere, tralasciando l'Utilitarismo Benthamiano, Austin, i Neorealisti Statunitensi e infine nientepopodimenoche Hart e la Jurisprudence Analitica (da non confondere, ovvio, con l'Analitical Jurisprudence che è decisamente un'altra cosa).
Adesso meno uno, poi potrò finalmente dedicarmi al favoloso mondo del concorso esterno nel reato associativo (che, vi anticipo lo scoop, non esiste. E chiaramente solo un genio poteva scegliere di sacrificare la sua tesi a un quid che non esiste).
Come potrei però trascurare i veri artefici (con l'accento sulla e) di questo ennesimo gloriosissimo successo? E' sempre la stessa storia, io ci metto il mio, marcisco tra divano e scrivania, mi siedo davanti alla cattedra e comincio a balbettare. Dietro tutto questo però c'è una struttura di un certo livello, mica noccioline. Ci siete voi dietro tutto questo, chi più chi meno, chi con i pensieri, chi con le parole, chi con i sms, chi con le mail, chi con altre particolari manifestazioni. E allora non so in quanti frammenti andrà divisa la mia pergamena di laurea, ciò che conta è che la mia felicità sarà in misura inversamente proporzionale alla misura dei pezzi. Spero di essere capace di darvi la possibilità di farne polvere.
Aspettatevi in questi giorni un dettagliato post sull'unico, originale e inimitabile soldato dell'autonomia, l'Onorevolissimo Cateno De Luca.
P.S. Non ho preso trenta.
P.P.S. Non ho preso neanche ventotto.
P.P.P.S. Beh, neanche ventisei.

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domenica 17 febbraio 2008

Di morte e di altre sciocchezze*.

"Quando ero più giovane", mi avvicinai al mondo di Usenet seguendo il gruppo it.arti.musica.strumenti.chitarra. Come ogni niubbo che si rispetti, ho partecipato per molto tempo solo da osservatore alle discussioni, e anche dopo mi limitavo all'essenziale in ossequio alla mia scarsa preparazione in materia. Il gruppo era molto attivo, uno tra i più attivi in Italia, e la comunità che vi si era creata attorno valicava i confini della virtualità. Era un piacere leggere e lasciarsi andare anche ai numerosi OT che pullulavano tra una discussione e l'altra. Un personaggio del gruppo, Glen, era riuscito a conquistarsi la stima di tutti, e per questo non poteva che essere considerato il punto di riferimento dell'intera comunità, il "RE Maggiore". Col passare degli anni (un paio) la mia frequentazione su IAMSC cominciò, per varie ragioni, ad affievolirsi. Tuttavia, quando il tempo a disposizione era tanto, tornavo a leggere qualcosa, a riassaporare l'atmosfera frizzante che avevo dovuto mettere da parte. Anche Glen negli ultimi anni, raggiunto un discreto successo anche fuori dalle mura di Usenet, partecipava con parsimonia alle discussioni. Una mattina come tante, data un'occhiata a it.comp.macintosh, il gruppo che oggi seguo con maggiore assiduità, decido, invece di cancellare tutto il resto come al solito, quando il tempo è tiranno, di fare una capatina di là. Scopro che Glen è in ospedale per accertamenti, e a cascata leggo le decine di messaggi di incoraggiamento. Qualche giorno dopo è lo stesso Glen a salutare e ringraziare di persona tutti, dichiarando, con la solita ironia, di non stare proprio al massimo. Non avrei immaginato di trovare un paio di giorni dopo un post che annunciasse la sua morte. Così purtroppo è stato. E mi chiedo da dove giunga tutta questa commozione, per una persona con la quale non avevo mai scambiato una parola, che non avevo mai incontrato di persona, neppure di sfuggita. Il dolore ha toccato tutti quanti avevano avuto la possibilità, anche una volta sola, di imbattersi nel suo nick tra una discussione e un'altra. E adesso che sono senza parole, volevo solo ricordarlo anche io, modestamente, da persona che lo conosceva senza essere conosciuta, e che non ha più il coraggio di mettere piede su IAMSC.
Glen, Michele Annichiarico, se n'è andato portando con sé una chitarra. La sua memoria vive su Usenet.
*semi citazione.

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venerdì 15 febbraio 2008

Io, Vale, San Valentino, cose che non vi riguardano e l'iPhone.

Strutturo e destrutturo piani concettuali, impalcature generose di realtà incrollabili, spiriti pragmatici. E poi mi sciolgo come un idiota, davanti ai piccoli segnali di un presente meraviglioso nonostante tutto. Che San Valentino ieri. Il meno consumista, il meno scontato, il meno prevedibile e affollato. Tutto il contrario del San Valentino televisivo che ci propinano ogni anno. E il piacere di scoprire che si può essere felici, di riscoprire che è dalle piccole cose che si traggono i miracoli più grandi. Non vi racconterò nulla del mio vissuto di ieri, anche perché dubito di essere in grado di suscitare il vostro interesse narrando le solo apparenti mielosità di una giornata assolutamente speciale come tutte le giornate che mi impegno a vivere. Non posso però tacere due particolari gustosi e indimenticabili che non mancheranno di scatenare le invidie di tutti voi, cari appassionati lettori. E giusto per farvi vedere quanto sono fortunato unisco a poche parole due immagini significative:
La prima rappresenta un favoloso dolce a tema, interamente affogato in una gustosissima glassa al cioccolato fondente. All'interno altro cioccolato e Cointreau. Inutile cercare di raccontarvi il sapore.
E' però la seconda foto ad assumere un alone di solennità. Con un effetto sorpresa che stenderebbe ogni Apple addicted sulla faccia della terra, uno dei pacchetti amorevolmente consegnatimi da Vale conteneva Lui, il supremo oggetto del desiderio di quanti si nutrono di tecnologia, il più desiderato, il più discusso, Lui... (rullo di tamburi per sei minuti...) l'iPhone (sei minuti di silenzio percosso e attonito).
Come potete osservare, si tratta della prima versione del firmware, manca una fila di icone. Ora il lavoro duro sarà sbloccare l'apparecchio. Non ci sono riuscito in giornata e quindi non posso ancora utilizzare le funzioni telefoniche dell'iPhone. Non ci crederete ma al tatto sembra addirittura morbido, e il touch screen non è poi così scorrevole. Non mi aspettavo invece di riuscire a non lasciare ditate sul dispositivo. Eccezionale la durata della batteria: l'iPhone è acceso da più di ventiquattro ore e non compare nessun avviso di batteria scarica, vediamo quanto resiste. Non spargete troppo la voce, in quanto l'importazione e l'utilizzo dell'iPhone in Italia quantomeno costituisce violazione contrattuale e non vorrei far passare guai alla povera Vale.

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