martedì 2 agosto 2011

Io fuori.

Mi piace pensare che tutto stia scivolando su binari lucidi, e una monetina adagiata per vedere l'effetto che fa, per capire se il treno possa deragliare su una monetina. E no, non deraglia. E la monetina è diventata ovale, e non si può spendere più. E la monetina potrebbe bloccare irreparabilmente il distributore di snack. Irreparabilmente o quantomeno sin quando qualcuno andrà a chiamare l'omino dei distributori di snack, che ritroverà la monetina ma non la potrà spendere, e la andrà a gettare nel cassettino assieme a quelle buone, rischiando così di inceppare il contamonetine del capo, oppure la infilerà nel distributore di snack della concorrenza. Dall'ultimo post troppi kilometri di binario sono scivolati senza che potessi tirare il freno di emergenza, senza che potessi rallentare questa corsa folle che mi lascia senza fiato. Solo un post, solo un post avrei voluto scrivere almeno, e avrebbe riguardato il sapore della merendina kinder brioss estratta dal trolley blu durante le prove scritte dell'esame d'avvocato. Pare non ci sia stato altro nella mia vita in questi mesi, solo il sapore di quella merendina. E invece no, invece tutto è scappato così velocemente da fare paura, e non oso pensare cosa sarà successo tra oggi e quando scriverò il prossimo post, dovessi avere ancora la possibilità di farlo. "Passerà anche questa stazione senza far male, passerà questa pioggia sottile come passa il dolore", ma dove è finito il mio cuore? Mi pare tutto così frazionato, così spalmabile sui giorni, e sulle ore dei giorni sin quando il coltello sarà pulito, e niente più ci sarà da spalmare. Come un infarto infinito, insomma. Mi piace pensare che non tutte le stazioni siano quelle di paese, che il treno passa e non lo vedi più. Mi piace pensare che esista ogni tanto una Roma Termini nella vita, che il treno si ferma per un po', e per uscire non può andare avanti, ma deve fare marcia indietro per un po', anche senza specchietti retrovisori. I passeri fuori da questa finestra, i passeri, l'ulivo e il sole che si specchia sulle foglie. Ed io qui, questa scrivania grande, Hotel Supramonte in loop. Io nella stanza, ma per l'ulivo, il passero e il sole, io fuori.

Etichette: , ,

martedì 28 settembre 2010

Al ristorante con tremilalire.

Io e il mal di testa abbiamo stretto amicizia. Anzi, per come mi sta attaccato, è proprio come se fossimo fidanzati. Sono giorni difficili, il periodo è difficile, addormentarmi è difficile, è difficile svegliarmi. E nel mio amato mal di testa ritrovo il freno a mano della mia esistenza, appena tirato, giusto un filo, e i dischi cominciano a puzzare.
Io non so se la vita è un programma, non so se è in mano a un regista. E anche se lo fosse, il regista non credo potrei essere io. Mi pare invece che siano gli attori a mutare le battute che ho in mente, pare siano gli attori a manipolare la scena, a spostarmi da un angolo all'altro del palco.
Se è vero che abbiamo libertà di scelta, mi sono reso conto di non essere in grado di scegliere. Se invece è qualcun altro a scegliere per me, beh, spero solo abbia fatto bene i conti. Mi pare infatti che questo qualcun altro abbia deciso di andare a mangiare pesce fresco in un ristorante di lusso con tremilalire in tasca. Problemi suoi. Ma, se dovesse lavare piatti in eterno a causa mia, problemi anche miei a quanto pare. Chi vivrà vedrà.

Etichette: , ,

domenica 10 gennaio 2010

Il petalo e(') il peto. E lo sguardo dei vecchi.

Dietro ogni lungo silenzio c'è sempre un colmo boccale di eventi bevuto d'un fiato, che non lascia il tempo di prendere il respiro a spiegarsi, a dire buono, a dire porcheria. Dietro il lungo silenzio che ha ammutolito questa pagina ci sono gli eventi, quelli con la e maiuscola e quelli quotidiani. Il duemilanove appena trascorso è stato un anno da cinque post, e ne avrebbe meritati cinque milioni. Dall'ultima mia apparizione sono stato colto da un compleanno, dalla prima parcella incassata, dalla prima discussione in solitaria davanti a un giudice, da una borsa di studio immeritata, e soprattutto dall'ultima volta in cui ho messo dita su questo foglio ho visto materializzarsi piano embrioni di sogni che avevo scelto di congelare, ho visto invecchiare me stesso e le persone a me più care, ho visto tante albe e tanti tramonti, ho vissuto centinaia di quotidiane avventure, silenziose da lasciare un solco, ho visto amici allontanarsi e tuttavia rinsaldare, ho visto amici allontanarsi e basta; insomma, ho visto cose che voi umani potete immaginare benissimo, senza neppure un po' di sforzo.
Mi è sfuggito troppo in questi mesi, ho perso parole pesanti da tramortire, ho perso istanti, sguardi, emozioni. Eppure sono finalmente sfiorato, pur lontanamente, da un alone rassicurante di serenità, di quella serenità incompiuta che non ti dà pace e ti sbatte ogni giorno sulla tua strada a riscoprire il tuo amore, a risvegliare le passioni di cui cominciavi a sentirti prigioniero o semplicemente a scopare qualche briciola di pane da conservare per la cena.
Ho scoperto di amare fino alla commozione il silenzio ventoso dei boschi, quella quiete sottolineata dal fruscio maestoso dell'aria palpabile. Ho scoperto che siamo fatti della stessa sostanza della sostanza, dalla quale è indecifrabile l'agro dal dolce. Ho mangiato un limone dolce, e credo che tra un peto e un petalo la differenza sia in quell'al lontano dalla realtà materiale, mero suono (che poi il petalo non suona, ma il peto sì).
Si è fuso tutto nella mia realtà. Adesso sono due i concetti: il bene e il male. A questi deve aggiungersi un metaconcetto, e cioè l'amore che mi invita a consumare letteralmente il cervello per capire dove finisca uno e dove cominci l'altro, e un paraconcetto, l'amore-specchio che mi permette di interpretare tutto il resto della realtà fusa. Ai lettori tuttavia consiglio di non dare del paraconcetto all'amata/o, ché non suona bene.
Il sincretismo di questa fase della mia vita potrebbe dunque essere rappresentato dal crogiolo. E non esiste crogiolo più capace dello sguardo dei vecchi, che sa brillare nonostante le cataratte, di quello straccio di retina che ha visto milioni di esistenze e miliardi su miliardi di fotogrammi sovraimpressi, sciolti nel nero della memoria. Ecco, domani la mia esistenza ancora da compiersi annegherà nel nero profondo dello sguardo di un vecchio, scolpendo una lapide più che hi-tech su una materia delicata da svanire. Credo che sarà il massimo onore.

Etichette: , ,

sabato 6 giugno 2009

La vita è una brioche. Quella messinese, quella della granita.

Ne succedono di cose senza che io abbia il tempo di poterne immortalare il profumo, senza che io abbia la possibilità di ricordarmene domani. Andate, sfuggite in perpetuo al controllo della mia non autorità. Ogni giorno è una vita, in questa nuova vita che ha ormai più di un anno, e si spiega pertanto in circa quattrocento vite scivolate per i pendii della mia esistenza e raccolte nel lago incolmabile delle esperienze, degli sprazzi di conoscenza che a volte si imprimono a consacrarsi vivi per l'eterno, a volte lasciano tra le fessure del tempo impercettibili polveri decisamente simili a cenere. E questa vita si divide tra le notizie strane dei telegiornali, che non mancano di donare un tratto surreale al quotidiano. Si divide tra le fatiche del lavoro, o forse dovrei dire di una passione, che un giorno si trascina una soddisfazione velata e il giorno dopo ti pugnala con delusioni insostenibili, di quelle tanto insostenibili che il giorno dopo le dimentichi. Come fanno a trascorrere gli anni, mi chiedo. Come è possibile che i giorni riescano a inanellarsi così veloci a formare catene leggere quanto robuste, a delimitare aree che dovrebbero presumersi inaccessibili, a trainare carichi che segui con la coda dell'occhio. Alla fine è per amore che si vive, ed è l'amore, il legame per antonomasia, l'unica prigione che rende veramente liberi. Forse è per amore che ho il desiderio di alzarmi presto ogni mattina ad iniziare una nuova avventura, a dissetarmi di lei, degli amici, della vita, delle norme, dei criminali. Forse è solo per amore che ogni muscolo collabora a spingermi oltre, e non importa che quell'oltre sia il pavimento che sostiene il letto, la soglia di casa o il nobel. Ogni mattina una brioche si alza, e non sa se la granita nella quale andrà a sublimare la propria esistenza sarà di limone, o la classica caffè con panna. Non sa se sazierà il magistrato o il mendicante, non sa se la mano gentile di un angelo comincerà a gustarla dai fianchi, conservando per ultimo quel sole bruno che sovrasta la mattina del tavolino, non sa se invece sarà il rozzo abitudinario a staccarne prima la coppola, e consumare poi quel ricco cratere che resta. Non sa se resterà dimenticata in una borsa fino a seccare, se costituirà un avanzo della giornata e verrà quindi data in pasto alle galline oppure se verrà brutalmente sbrandellata e gettata ad arricchire un gelato originale. Non sa proprio un cazzo questa brioche, come un cazzo sappiamo noi. Ma ciò che sa, pur senza saperlo, è che una mano, all'alba, ha infuso tutto l'amore di cui era capace per plasmare quel piccolo miracolo di vita. Con cura quella mano ha creato il microcosmo paradisiaco e ne ha unto la superficie come attraversata da un alito di vita. Nel forno qualche minuto, a purificare ciò che di umano era rimasto nel cuore di quell'impasto e poi via, verso la vita. Lanciata a sfidare un destino mutevole e inafferrabile. In pasto alle galline o sul tavolino dei bar di Piazza Cairoli cambia veramente poco, perché l'alba, il forno, la mano erano gli stessi, lo stesso l'amore. L'amore della mattina che ci lancia inconsapevoli come una brioche, ad onorare un'esistenza tanto meravigliosa da fare male.

Etichette: , ,

mercoledì 31 dicembre 2008

Da un anno all'altro, sul toro.

È difficile tirare le somme di un anno particolare, cominciato con gli ultimi esami universitari, proseguito con la laurea e immediatamente travolto da un'onda di novità assolutamente irresistibile e tanto alta da far temere, più volte, di non poterle resistere. E sono qui ancora una volta a strappare qualche minuto quantomeno per rinnovare il mio grazie. Perché nel vortice degli eventi, che mi ha strappato da quella che era ormai da anni la mia vita, a rimetterci, più delle scarpe che si logorano e dei nervi che saltano, siete stati voi amici miei, e di questo certo vi devo le mie scuse. Abbiate la forza di comprendermi, di capire che si può anche non bastare a questa vita, almeno per il momento; di capire che se ventiquattro ore non bastano ad essere presente per tutti, ciò non significa che voi non siate presenti tra i miei infiniti pensieri, non più in balle o fardelli come un tempo, ma in fascicoli pesanti. E allora questo ultimo pomeriggio dell'anno è per voi, per tutti quanti avete avuto la pazienza di comprendermi anche nella mia nuova veste, e un po' in fondo vi invidio, perché non so esattamente se ci sono riuscito, io, a comprendermi in questo stato. Questo ultimo pomeriggio dell'anno è per chi mi convive, per chi non ho più la possibilità di incontrare, per chi subisce quotidianamente i miei sbalzi d'umore, per chi con me coltiva una manciata di sogni e spesso, tra lacrime appena accennate, di nascosto, teme di non poterli mai realizzare. È diversa questa realtà, da quella che immaginavo nelle mie favole, è molto, molto diversa. Per questo mi impongo di afferrarla con entusiasmo, è per non svanire che cavalco questo toro imbizzarrito, rischiando tutte le ossa del mio vivere. Sono chiamato a resistere per voi, per me e per chi per me, per chi con me. Me lo auguro diverso il duemilanove che attende sulla soglia, e spero che possa favorirmi anche solo un piccolo assaggio di quei desideri che scalpitano nel mio cuore. Questo dunque il mio obiettivo: riuscire a condividere con tutti voi l'assaggio di speranze che per il momento è unica speranza per me. Grazie per la pazienza, per i sorrisi, per i dubbi che riservate, per tutte le volte che, segretamente o meno, mi avete mandato affanculo. Mi serve un po' di tutto, e da solo non sono in grado di provvedere. Che sia un buon duemilanove per tutti noi. Auguri amici miei.

Etichette: ,

domenica 28 settembre 2008

Ancora qui a domandarmi e a far finta di niente*

Io non so le domande e non risponderei, figuriamoci poter credere di avere l'ombra tenue di una qualsiasi risposta. Certo è che dopo essermi osservato osservo e mi rivedo. E sono ancora in grado di gioire di ciò che non può divenire abitudine, in grado di pensare a questi cinque mesi che fuggono ma si immortalano negli attimi con gli amici, con le persone che amo e tra le pagine di uno strano libretto di pratica professionale.
E così, passato da un post al giorno a un post al mese, da vivere senza pretese, impersono la sorte di quanti, come me, rinassero blogger per crescere uomini e trovarsi d'un tratto non più a fare, a sperare o a credere, ma a dover fare per credere di sperare. E in fondo non è poi così male sapere di esser stati per credere di essere oggi aspettando domani. E no, non è un addio questo ma un semplice passare di qui dopo settimane salutate dal pensiero di questa creatura che non ho abbandonato né ho intenzione di abbandonare. E questo riaffacciarmi così all'improvviso, secondo uno schema del tutto casuale, e quindi secondo un preciso non-schema, è un salutare quanti ricordo, quanti probabilmente neanche immaginano che io ricordi, ma non è questo l'importante.
Dopo ogni sproloquio che si rispetti è d'obbligo trattare temi seri, come in fondo fanno per l'ottanta percento dei colleghi blogger degni di tale fama. Io devo fare una segnalazione e invitare tutti alla visione delle avventure di Mimmo e Stellario, corti d'animazione partoriti dal fervescente talento di concittadini che neppure conosco. C'è la realtà lì dentro, e c'è la possibilità di ridere alle spalle di una realtà che insistiamo a prendere troppo sul serio. Perché in fondo, una piccola dose di sano disinteresse potrebbe divenire il modo più intenso di interessarci alla realtà della quale facciamo parte e che troppo spesso tentiamo di relegare là fuori. Ciò non vuol dire che la puzza di ascelle si possa combattere solo col deodorante, ma che almeno una doccia al giorno, noi fortunati ad avere l'acqua tutti i giorni, dovremmo farla senza neppure pensarci.

Etichette: , ,

martedì 8 luglio 2008

Piccole tranquillità di un agitato.

È cambiata la mia vita, veramente tanto. Lo avrete visto tutti dal diverso ritmo con il quale mi concedo a questa pagina. Gli ultimi post sono stati dedicati al mio rapporto inedito con questa nuova realtà, con la professione che cerco, minuto dopo minuto, di imparare. E potrà sembrare strano, ma tutto questo è divenuto il mio principale intere
sse. Non è svanito nulla del mio passato, non sono scomparse tutte quelle velleità e quei salutari vizi che mi accompagnavano, non sono svaniti gli amici, non è sbiadito l'amore, non si è spento il mio desiderio di apprezzare il cielo notturno, l'altre stelle e gli innumerevoli cosmi personali. È solo che sono qui, dietro questa scrivania o tra le aule per giornate intere, a contemplare umane realtà, a condurmi in corridoi che portano al futuro. Per la prima volta nella mia vita mi sento presuntuoso, mi capacito di capacità che mai prima avrei creduto di possedere, è come se mi sentissi, nel mio intimo, quel qualcosa che mi porterà ad essere un professionista vero domani.
La mattina, ogni mattina, quella cravatta è il nodo più sensibile di un legame nuovo, dal quale mai potrei pensare di liberarmi. E fuggo per restare, nel mio personale paese dei balocchi. Sento che ci siete pure voi.

Etichette: , ,

venerdì 25 aprile 2008

Non basterebbe un post.

Ma dovrò comunque prepararne uno degno del momento. Intanto sappiate che la mia vita da studente universitario è finita. Una piccola anticipazione l'ha data Gianpaolo in un commento qualche post più giù. Io devo ancora trovare il coraggio di parlare diffusamente. 
Intanto a tutti i miei amici lettori e blogger segnalo che ho preparato per loro una piccola sorpresa. Per riceverla in busta chiusa sentitevi liberi, se vi fidate, di inviarmi via mail (l'indirizzo è sulla barra di destra) un vostro recapito di posta tradizionale!

Etichette: , ,

giovedì 3 aprile 2008

Strani fenomeni.

Ho sempre detestato i dizionari di sinonimi e contrari. Mi sono sempre arrangiato con parafrasi più o meno fantasiose scaturenti dalla terribile paura di poter risultare ripetitivo. Purtroppo certi espedienti non possono essere sempre utilizzati nella redazione di una tesi di laurea, tantopiù che si tratta di una tesi giuridica. Per questo motivo ho dovuto aprire virtualmente un modernissimo dizionario dei sinonimi e contrari versione telematica. Bene. Cercavo un sinonimo di fenomeno, tra le possibilità il dizionario suggerisce cosa. Ora sì che potrò redigere un testo di grande livello... Finisce così la mia esperienza minutale con i dizionari dei sinonimi e contrari. Niente, era giusto per farvi sapere.

Etichette: ,

domenica 30 marzo 2008

Per quanto il test sia approssimativo.

mercoledì 19 marzo 2008

Umani silenzi e superficialmente profondissima quiete.

Un interminabile silenzio. Ma di quei silenzi che scorrono lungo binari chiassosi e pieni di vita, frenetici e spossanti. Un interminabilmente rigenerante silenzio, di quelli che non aspirano alla completezza, e che ti lasciano a un passo dalla calma che avresti voluto rinvenire, costringendoti a correre di nuovo, e inseguire passo dopo passo quella tranquillità che si intravede sempre lontana, insensibile agli avvicinamenti della vita, imperturbabile nella sua calma essenziale. Ho tentato di riposare stancandomi di vita, ho raggiunto la calma non attraverso passi lenti in sentieri verdi e silenziosi, ma ad ampie falcate, insostenibili per un cuore non da atleta eppure sostenute. E' stata una settimana che mi ha messo sul percorso il ricercatissimo repertorio degli eventi ammirevoli, dalla vita che nasce alla pagnotta consumata all'ombra dei pini in numerosa e piacevole compagnia, dal timore di ogni scelta alla paura di aver ferito, dalla porta che ti apre amica al Dottore che con diversi minuti di ritardo si affaccia alla finestra con gli occhi del sonno. Attimi, istanti che non passeranno, impressi indelebilmente tra righe cerebrali e tortuose sinapsi. La quiete prima di aggredire l'ultima preda dell'ultimo capitolo di questo tomo della mia vita che si appresta ad essere collocato con amore da bibliotecario novantatreenne. Anche oggi teso all'incompletezza che ormai si identifica nel mio infinito.

Etichette: , ,

martedì 11 marzo 2008

E' (quasi) finita.

Di nuovo qui, reduce da giornate insostenibili sotto molti punti di vista, di nuovo vivo. Da ieri non ho più esami universitari da sostenere. Si chiude la mia rispettabile carriera con un venti strameritato in diritto processuale civile. A tutto questo era dovuta la mia assenza degli ultimi giorni, giorni segnati da un'ansia quasi dolorosa, giorni in cui la mia ulcera autolesionista della mano ha fatto i conti con i morsi più subdolamente aggressivi di sempre, giorni privi di coraggio ma con tanto coraggio da dover dispensare. Una quarantina gli esami di questi anni, affrontati ogni volta con il proposito di studiare come una studente serio la volta successiva, un proposito sempre disatteso, unico vezzo, unico colpo di testa che la mia fama di artista fallito mi ha concesso. Eppure ce l'ho fatta anche io, rocambolescamente, costretto a sacrifici più grandi di me, schiacciato dalle ansie delle notti preesame. Sempre più consapevole, sempre più preparato a questa vita, sempre più ricco di voglia di viverla, questa vita. Mi butto sulla tesi adesso, su quelle teorie sul concorso esterno nel reato associativo che cominciano a darmi ragione. Caspita, sono soddisfatto, ma troppo. Soddisfatto e sempre più consapevole. Poco importa che domani le fatiche saranno altre, i dolori saranno maggiori e le ulcere si riapriranno, saranno sempre fatiche, dolori e ulcere diversi da questi. E con me altri hanno voltato pagina, e altri ancora lo faranno nei prossimi giorni. Non siamo più studenti in erba, timorosi di affrontare diritto privato e consolabili con il noto brocardo privato mezzo avvocato. Siamo diversi, gli stessi ma non più quelli di allora, e abbiamo voglia di domani, lo sento.
P.S. A fumaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa!!!!

Etichette: , , , ,

sabato 1 marzo 2008

Scherza coi fanti e pure con San Remo.

La polemica si fa sugli ascolti, e io vorrei essere per un anno il direttore artistico di questa così sciupata manifestazione. A me della polemica interessa poco, e poco interessa pure degli ascolti, perché io ho la ricetta per rendere sopportabile pure Sanremo: YouTube. In mezz'ora ho ascoltato tutto quanto potesse interessarmi e, devo ammettere, mi è sembrata una buona edizione quella di quest'anno, ove per "buona" deve intendersi la possibilità di ascoltare tre o quattro pezzi decenti. Tanto buona da costringermi, ieri sera, all'ascolto semi-integrale della manifestazione canora, ove per "semi" deve intendersi che certi pezzi, dopo i primi sei o sette secondi mi costringevano a volgere il pollice del comando remoto altrove. La prima delusione è affiorata alla vista della giuria di qualità, soprattutto quando ha cominciato a palesare le proprie valutazioni. Fede per fortuna ha aperto la bocca con parsimonia, ma quando l'ha fatto non si è certo risparmiato nella profusione di parziali idiozie, ove per "parziali" deve intendersi il termine che in linea teorica dovrebbe mettermi al riparo da una astrattamente possibile querela. Se però la giuria in studio (non ce la faccio a definirla "di qualità"), salvo elogi nostalgici del passato cutugnano e littletoniano e intraprendenti slanci di generosità nei confronti di Tatangelo (che almeno un po' di fischi se li è presa al ritiro del premio) e Moro, ha in linea di massima espresso un giudizio condivisibile, ove per "condivisibile" deve intendersi non scandaloso, è stata la giuria demoscopica, unita ai televotanti casalinghi, a rendere bene l'idea delle condizioni del nostro (per dignità e amor patrio lascio gli aggettivi sulla tastiera) Paese e a farmi ricredere definitivamente sulle possibilità, che prima di ieri sera ritenevo quasi nulle, in capo a Berlusconi, di tornare al potere. E così mi tocca vedere Sergio Cammariere schiacciato da Meneguzzi, Finley e Cutugno, che ci vuole pure un certo sprezzo del pudore per riportare certe notizie. Bennato si accaparra il decimo posto, sovrastato da Little Tony (che almeno non correremo il rischio di vederlo al prossimo Sanremo, pare che si sia ritirato. E comunque faceva un po' di tenerezza, e il nono posto non lo demerita) e nientepopodimeno che Gianluca Grignani. Tricarico non compare in classifica, ma almeno può consolarsi con il premio della critica. Sebbene non fosse il mio pezzo preferito, quello di Tricarico, Vita tranquilla, è stato l'unico a commuovermi quantomeno per la spontaneità e sincerità dell'interpretazione. Meritavano di più L'Aura e il conterraneo (mio) Venuti. Scandalosa l'esclusione di Max Gazzè, che presentava uno dei più bei pezzi d'amore sentiti negli ultimi anni, mi premurerò di acquistare l'album nonappena farà capolino su iTunes music store. Stupido e inutile il pezzo di Tiromancino (e mi spiace). Non mi è piaciuto il pezzo di Frankie Hi Nrg, banale e soprattutto accostato palesemente alla copertina di Storia di un impiegato di De Andrè, copertina che tra le altre cose Pippo Baudo (direttore artistico) non ha riconosciuto.

Mi costringo così a pubblicare la mia personale classifica:

Ma chi l'ha vinto in verità questo festival? Ah, quelli come i Jalisse.

Etichette: , , ,

venerdì 29 febbraio 2008

Decisamente solo qualche appunto.

Capita, come capitano le cose. E le cose che ogni tanto mi capitano, capitano sparse, veloci, improvvise e inafferrabili. Così è ora di segnare le cose.
Cosa numero uno: cinque minuti fa credo di essermi profondamente innamorato della musica di Max Gazzè, e così, visto che i soldi certo non abbondano, chiedo se qualcuno di voi saprebbe indicarmi l'album dal quale valga la pena iniziare.
Cosa numero due: avevo promesso che avrei presto scritto di Lui, il valoroso soldato dell'autonomia, ma forse non ho tempo da perdere in questi giorni, e inoltre mi attende una campagna elettorale intensissima. Ce ne sarà il tempo, lascio che le miserie si commentino da sole. Peccato però, avevo preparato un piccolo archivio degli strafalcioni dell'autonomia (quella del cervello dalla bocca).
Cosa numero tre: vorrei avere la palla di vetro, ma rischierei di far male ai passanti nel momento in cui decidessi di gettarla dalla finestra. Perché tanto fingo di non aver paura di cosa possa accadere domani.
Cosa numero quattro: Se si reputa speciale una cosa, una storia o una situazione, il modus reputandi deve diventare speciale anch'esso, altrimenti si rischia di banalizzare la specialità.
Cosa numero cinque: la cosa numero cinque è anche la dedica numero uno, diretta soprattutto a quanti non vivono la mia terra. Taberna Mylaensis, La Sicilia addivintò putenti.
Cosa numero sei: Il mio newsreader riceve in pasto ogni settimana uno o due blog nuovi che ho intenzione di seguire, tutto questo grazie al meraviglioso incedere, soffermarsi e segnalare di quanti frequentano la realtà veramente reale che umilmente, ogni blogger (lo fondiamo un corrispettivo italiano di blogger per cortesia?) contribuisce a edificare.
Cosa numero sette: è la cosa che contiene tutte quelle cose che capitano, e in quanto capitate e non capitanti sono svanite tra un momento e un altro, tra una pagina e un'altra, tra un pensiero e un altro.
Cosa numero otto: ho dedicato il tempo che avrei dovuto consegnare al riposo a questo post. Devo andare...

Etichette: , , ,