sabato 7 gennaio 2012

Di notte i fiori hanno tutti lo stesso colore.

Fugge tutto ciò che non siamo in grado di afferrare. L'esistenza in bilico, su una gamba a bordo di un piano inclinato, a cavallo di mille piani inclinati intersecati dal caso. E tutto scivola e scavalca orizzonti e segmenti, frazioni di esistenze, stracci di dolore che restano tra le mani a chiederti "e adesso...". Scivola come mercurio tutto ciò che non siamo in grado di fermare, e va via. E non sempre esiste un fosso che raccolga i residui che desidereremmo ritrovare un giorno, come una vecchia cartolina scivolata dietro la libreria a muro di un appartamento bombardato dai caccia americani, lenzuola e coperte trascinate dai cani. Adesivi sbiaditi al sole, parole che fuggono, parole. E suoni che si perdono schivando l'eco di ogni frangente, per non sentire, non sentire niente. Cosa ritroveremo nel silenzio delle sere che seguono pomeriggi assolati, il dolore della cicala che si perde, le lucciole che si fanno lontane a lasciarci nel buio di appuntamenti mancati, e i solchi che segnano i prati. Di notte i fiori hanno tutti lo stesso colore, per permetterci di sentire ciò che il sole ammutolisce, per permetterci di scorgere, tra le pieghe cobalto le stelle, quei fori sulla tenda di guardone che fruga nel nostro temere gli istanti, che fuggono. Come fuggono i colori nella sera, in silenzio incontro alla notte, alla notte più nera.

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domenica 10 gennaio 2010

Il petalo e(') il peto. E lo sguardo dei vecchi.

Dietro ogni lungo silenzio c'è sempre un colmo boccale di eventi bevuto d'un fiato, che non lascia il tempo di prendere il respiro a spiegarsi, a dire buono, a dire porcheria. Dietro il lungo silenzio che ha ammutolito questa pagina ci sono gli eventi, quelli con la e maiuscola e quelli quotidiani. Il duemilanove appena trascorso è stato un anno da cinque post, e ne avrebbe meritati cinque milioni. Dall'ultima mia apparizione sono stato colto da un compleanno, dalla prima parcella incassata, dalla prima discussione in solitaria davanti a un giudice, da una borsa di studio immeritata, e soprattutto dall'ultima volta in cui ho messo dita su questo foglio ho visto materializzarsi piano embrioni di sogni che avevo scelto di congelare, ho visto invecchiare me stesso e le persone a me più care, ho visto tante albe e tanti tramonti, ho vissuto centinaia di quotidiane avventure, silenziose da lasciare un solco, ho visto amici allontanarsi e tuttavia rinsaldare, ho visto amici allontanarsi e basta; insomma, ho visto cose che voi umani potete immaginare benissimo, senza neppure un po' di sforzo.
Mi è sfuggito troppo in questi mesi, ho perso parole pesanti da tramortire, ho perso istanti, sguardi, emozioni. Eppure sono finalmente sfiorato, pur lontanamente, da un alone rassicurante di serenità, di quella serenità incompiuta che non ti dà pace e ti sbatte ogni giorno sulla tua strada a riscoprire il tuo amore, a risvegliare le passioni di cui cominciavi a sentirti prigioniero o semplicemente a scopare qualche briciola di pane da conservare per la cena.
Ho scoperto di amare fino alla commozione il silenzio ventoso dei boschi, quella quiete sottolineata dal fruscio maestoso dell'aria palpabile. Ho scoperto che siamo fatti della stessa sostanza della sostanza, dalla quale è indecifrabile l'agro dal dolce. Ho mangiato un limone dolce, e credo che tra un peto e un petalo la differenza sia in quell'al lontano dalla realtà materiale, mero suono (che poi il petalo non suona, ma il peto sì).
Si è fuso tutto nella mia realtà. Adesso sono due i concetti: il bene e il male. A questi deve aggiungersi un metaconcetto, e cioè l'amore che mi invita a consumare letteralmente il cervello per capire dove finisca uno e dove cominci l'altro, e un paraconcetto, l'amore-specchio che mi permette di interpretare tutto il resto della realtà fusa. Ai lettori tuttavia consiglio di non dare del paraconcetto all'amata/o, ché non suona bene.
Il sincretismo di questa fase della mia vita potrebbe dunque essere rappresentato dal crogiolo. E non esiste crogiolo più capace dello sguardo dei vecchi, che sa brillare nonostante le cataratte, di quello straccio di retina che ha visto milioni di esistenze e miliardi su miliardi di fotogrammi sovraimpressi, sciolti nel nero della memoria. Ecco, domani la mia esistenza ancora da compiersi annegherà nel nero profondo dello sguardo di un vecchio, scolpendo una lapide più che hi-tech su una materia delicata da svanire. Credo che sarà il massimo onore.

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martedì 15 aprile 2008

Lo so che vi aspettavate un commento.

mercoledì 5 marzo 2008

Principe(ssa) del Foro.

Piangono le aule di Tribunale di tutta Italia. Si è spenta nella serata di ieri, provata da una grave malattia, l'Avvocato Tina Lagostena Bassi. Molti di noi l'hanno conosciuta solo in seguito alla sua comparsa sul piccolo schermo di Forum, la fortunata trasmissione televisiva. Gran parte del suo lavoro invece lei lo aveva già svolto negli anni, impegnandosi con ammirabile passione sia in Aula che offrendo preziosa collaborazione alle Istituzioni soprattutto in materia di pari opportunità. Una vita spesa a lottare a favore dei più deboli e delle categorie svantaggiate. Le siamo tutti debitori, anche se in questo caso nessuno potrà avvalersi della facoltà di decidere in via equitativa, come lei amava fare.
Sperando di avere la forza di saperti prendere come esempio, a rivederci.

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domenica 17 febbraio 2008

Di morte e di altre sciocchezze*.

"Quando ero più giovane", mi avvicinai al mondo di Usenet seguendo il gruppo it.arti.musica.strumenti.chitarra. Come ogni niubbo che si rispetti, ho partecipato per molto tempo solo da osservatore alle discussioni, e anche dopo mi limitavo all'essenziale in ossequio alla mia scarsa preparazione in materia. Il gruppo era molto attivo, uno tra i più attivi in Italia, e la comunità che vi si era creata attorno valicava i confini della virtualità. Era un piacere leggere e lasciarsi andare anche ai numerosi OT che pullulavano tra una discussione e l'altra. Un personaggio del gruppo, Glen, era riuscito a conquistarsi la stima di tutti, e per questo non poteva che essere considerato il punto di riferimento dell'intera comunità, il "RE Maggiore". Col passare degli anni (un paio) la mia frequentazione su IAMSC cominciò, per varie ragioni, ad affievolirsi. Tuttavia, quando il tempo a disposizione era tanto, tornavo a leggere qualcosa, a riassaporare l'atmosfera frizzante che avevo dovuto mettere da parte. Anche Glen negli ultimi anni, raggiunto un discreto successo anche fuori dalle mura di Usenet, partecipava con parsimonia alle discussioni. Una mattina come tante, data un'occhiata a it.comp.macintosh, il gruppo che oggi seguo con maggiore assiduità, decido, invece di cancellare tutto il resto come al solito, quando il tempo è tiranno, di fare una capatina di là. Scopro che Glen è in ospedale per accertamenti, e a cascata leggo le decine di messaggi di incoraggiamento. Qualche giorno dopo è lo stesso Glen a salutare e ringraziare di persona tutti, dichiarando, con la solita ironia, di non stare proprio al massimo. Non avrei immaginato di trovare un paio di giorni dopo un post che annunciasse la sua morte. Così purtroppo è stato. E mi chiedo da dove giunga tutta questa commozione, per una persona con la quale non avevo mai scambiato una parola, che non avevo mai incontrato di persona, neppure di sfuggita. Il dolore ha toccato tutti quanti avevano avuto la possibilità, anche una volta sola, di imbattersi nel suo nick tra una discussione e un'altra. E adesso che sono senza parole, volevo solo ricordarlo anche io, modestamente, da persona che lo conosceva senza essere conosciuta, e che non ha più il coraggio di mettere piede su IAMSC.
Glen, Michele Annichiarico, se n'è andato portando con sé una chitarra. La sua memoria vive su Usenet.
*semi citazione.

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