martedì 22 maggio 2007

A sottolineare la fatica dello studio si propone un rituale ormai consolidato: la mancata pulizia degli occhiali. E' incredibile quanto e come si possano sporcare gli occhiali pagina dopo pagina, non so spiegarmi il perchè.
Mi accorgo di non essere solo sul cammino così tortuoso che mi condurrà un giorno non troppo lontano per l'ultima volta fuori dal portone incrostato di giurisprudenza. Ogni giorno in prossimità degli esami diventa un continuo confronto, un continuo piangere ciascuno sulla spalla dell'altro, un raccogliere incessantemente lamentele e sconforti altrui, rilanciare i propri sperando che possano trovare pace tra i pensieri di qualcun altro. Ed è vero, si soffre meglio quando si soffre in tanti, ma non è il principio del mal comune mezzo gaudio, è diverso, è più profondo, più romantico... è reale: le disgrazie di ciascuno vanno a compensare specularmente le proprie, e non si sommano, si annullano le disgrazie reciproche. E' un po' come la spatola passata sulla vaschetta da un kilo di gelato al bacio confezionata dal gelatiere di fiducia: quell'ultimo colpo a liffare di spatola livella la realtà microcosmica: chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato: la spatola ha già livellato e non c'è più spazio per spuntoni di nocciola o obelischi di cioccolato fondente. Pareggiati i conti si chiude... e si passa alla vaschetta successiva.
Dottore, quale zattera, quale oceano... io voglio vedere solo il mio Mediterraneo, e voglio solcarlo con lo spartano Sunfish quest'estate, non con un mezzo di fortuna, non da naufrago ma da condottiero, da Signore dei Mari... e l'anno prossimo invece a bordo di un 420 dominare le onde, tutte. E qualcuno potrà dire che abbiamo sbagliato? Qualcuno potrà dirsi più esperto di noi, in uno qualsiasi tra i campi del sapere, mentre veleggiamo degni solo del vento eterno? Esiste una realtà che possa sopraffarci? Esiste una lingua biforcuta che possa disturbarci? Esiste qualcosa di più immortale della nostra stentata mortalità? Dottore, credo che non sappiamo ancora di cosa si possa essere capaci, ed è un bene. Essere un punto in mezzo al mare per persone come noi significa essere cullati affondati nella poltrona più grande e comoda dell'universo, per altri è l'anonimato di essere l'ennesima ripetibile porzione di brune porzioni biologiche, trascinate dalla corrente, timorose per l'esistenza trasparente e indegna di nota della quale possono fregiarsi. Noi invece, investiti dal vento, siamo la prova stessa della nostra esistenza, la prova stessa dell'essere pietra viva, cosciente di avere i mezzi per segnare le acque e la coerenza per saper affondare nel momento giusto, ma sempre secondo volontà... volontà che possiamo permetterci, noi.

4 Comments:

Anonymous Anonimo said...

dottore a volte in quel mare vorrei affondare

22/5/07 22:38  
Blogger Gianfranco said...

:(

23/5/07 08:32  
Blogger guccia said...

Tutti vorremmo affondare, ma la sfida, dura, sta proprio nel rimanere a galla. E di certo capita che il sacrificio venga ricompensato... anche se non ne capisco la meta.

23/5/07 10:04  
Blogger Gianfranco said...

E qua chi ci capisce è bravo... ma entro i prossimi cinque anni, avremo un reddito tale da poter mettere al mondo un paio di pargoli? Non credo di chiedere una cosa così fuori dal normale...

24/5/07 16:14  

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